Perdita di memoria: quando preoccuparsi davvero (e quando no)
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
Alzheimer, demenza vascolare, corpi di Lewy. Il geriatra Lorenzo Tommasi spiega le principali malattie che colpiscono il cervello anziano, i segnali d'allarme da non ignorare, e perché — contrariamente a quello che si pensa — perdere la memoria non è una conseguenza inevitabile dell'invecchiamento.
A CURA DI LORENZO TOMMASI, GERIATRA

Le chiavi di casa. Dove le avete messe? Se in questo momento non lo sapete, state relativamente tranquilli: probabilmente siete solo distratti. La dimenticanza occasionale non è un segnale di malattia. È il cervello che, sotto pressione o stanchezza, decide di non sprecare energia su informazioni poco rilevanti.
Il problema nasce quando le dimenticanze non sono occasionali. O quando non riguardano le chiavi, ma il nome di vostro figlio.
Cosa intendiamo per memoria
La memoria non è un cassetto. È un sistema complesso con più livelli: c'è la memoria di lavoro, quella a breve termine che usiamo per ricordare un numero di telefono il tempo necessario per digitarlo. E c'è la memoria a lungo termine, che si divide ancora: episodica (ricordi personali, come il primo turno da volontario in ambulanza) e semantica (conoscenze generali, come sapere in che anno è nata la Pubblica Assistenza di Sasso Marconi).
Ma il cervello non è solo memoria. Linguaggio, attenzione, orientamento, capacità di pianificare, riconoscere volti, eseguire movimenti complessi: sono tutte funzioni superiori che possono deteriorarsi. Quando questo deterioramento diventa clinicamente significativo, si parla di demenza — termine che oggi molti preferiscono sostituire con "disturbo cognitivo maggiore".
La demenza senile non esiste. Se si perde la memoria non è perché si invecchia, ma perché si ha una malattia.
Le principali malattie che causano demenza
Esistono diverse patologie che possono provocare demenza. Le tre più comuni nell'anziano sono queste.
~70% DEI CASI
Malattia di Alzheimer
È di gran lunga la causa più comune di demenza. Esordisce quasi sempre con difficoltà nella memorizzazione di nuove informazioni — non nella memoria del passato, che nelle prime fasi è spesso conservata. Questo perché colpisce preferenzialmente gli ippocampi, l'area cerebrale più profonda dedicata all'acquisizione di nuovi ricordi. Da quando il neurologo Alois Alzheimer la descrisse per la prima volta nel 1906, le terapie disponibili sono poche e nessuna è curativa: possono rallentare la progressione, ma non fermarla.
SECONDA CAUSA
Demenza vascolare
Non è un'unica malattia, ma un gruppo di sindromi causate da danni ai vasi sanguigni del cervello. A differenza dell'Alzheimer, non è neurodegenerativa: può restare stabile nel tempo. I danni possono essere eventi maggiori (ictus) o silenti: piccole lacune cerebrali, microemorragie, microangiopatia. Non esiste cura, ma la prevenzione cardiovascolare — controllo della pressione, del colesterolo, della glicemia, niente fumo né alcol — migliora significativamente la prognosi.
TERZA CAUSA GLOBALE
Malattia a corpi di Lewy
È imparentata con il Parkinson: entrambe sono causate dall'accumulo di aggregati anomali di proteine (i "corpi di Lewy") in aree cerebrali diverse. Nel Parkinson questi corpi si concentrano nei nuclei che regolano i movimenti; nella malattia a corpi di Lewy si diffondono anche alla corteccia cerebrale, provocando demenza con caratteristiche particolari: fluttuazioni cognitive, allucinazioni visive, disturbi del sonno REM. Alcuni farmaci per l'Alzheimer possono attenuare i sintomi, ma nessuno cura la malattia.
🔔 CAMPANELLI D'ALLARME: QUANDO PARLARE CON UN MEDICO
Dimenticanze su eventi importanti: non ricordare dove vive un figlio, o non riconoscere un parente stretto.
Cambiamento di personalità: una persona riservata che diventa improvvisamente disinibita, o una persona socievole che si chiude e perde interesse per le relazioni.
Difficoltà nelle attività quotidiane: gestire i conti, organizzare un viaggio, prendere decisioni semplici.
Ripetizioni sistematiche: raccontare la stessa storia più volte nella stessa conversazione, o fare la stessa domanda a distanza di pochi minuti.
Difficoltà a trovare le parole (soprattutto i nomi comuni, non i nomi propri) o a compiere gesti automatici come pettinarsi o aprire una porta con una chiave.
Se riconoscete uno o più di questi segnali in voi stessi o in una persona cara, il primo passo è parlarne senza vergogna con il medico curante. Sarà lui, se necessario, a indirizzare verso uno specialista (neurologo o geriatra) per una valutazione più approfondita.
Invecchiare non significa perdere la memoria
È una convinzione diffusa, e sbagliata. Le malattie che causano demenza aumentano di frequenza con l'età, è vero — ma sono classificate come malattie, non come normale evoluzione del cervello anziano. Un centenario può avere un cervello lucidissimo. Un settantenne può essere già in uno stadio avanzato di Alzheimer. L'età è un fattore di rischio, non un destino.
Una parte di questa variabilità dipende dallo stile di vita. Non è una consolazione vuota: è quello che la ricerca ci dice.

Cosa riduce il rischio di declino cognitivo
🏃 Attività fisica regolare
🥗 Alimentazione sana (dieta mediterranea)
💬 Vita sociale attiva
🧩 Stimolazione cognitiva costante
💤 Buona gestione del sonno
❤️ Controllo dei fattori cardiovascolari
🤝 Impegno volontario e relazionale
🚭 Niente fumo, poco o niente alcol
Tra questi fattori, uno è spesso sottovalutato: l'impegno sociale e cognitivo continuativo. Chi mantiene relazioni significative, chi si mette in gioco in attività che richiedono attenzione, organizzazione, presenza — come il volontariato — allena il cervello nello stesso modo in cui una camminata allena il cuore. Non è una garanzia, ma è uno dei pochi strumenti concreti che abbiamo oggi a disposizione.
Il cervello, come un muscolo, risponde all'uso. L'isolamento e la passività sono tra i fattori di rischio più sottovalutati per il declino cognitivo.
Una diagnosi è possibile
Se i campanelli d'allarme ci sono, la valutazione specialistica può portare a una diagnosi — sempre di probabilità, mai di certezza assoluta. Prevede una visita globale del paziente, un'imaging cerebrale (di solito una risonanza magnetica) e test neuropsicologici specifici. Non sempre quello che sembra demenza lo è: esistono condizioni reversibili, come la sindrome confusionale acuta o il delirium, che possono mimarne i sintomi ma risolversi con la cura della causa sottostante.
Le patologie che causano perdita di memoria sono oggi, per la maggior parte, incurabili. Ma la scienza avanza, e nel frattempo sappiamo già che molto dipende da come viviamo. È un messaggio scomodo e confortante allo stesso tempo: ci toglie la rassegnazione, ma ci chiede responsabilità.
Lorenzo Tommasi è geriatra. Questo articolo è stato scritto per Il Pubblichiere con finalità divulgative. Per qualsiasi preoccupazione relativa alla propria salute cognitiva, il riferimento rimane il medico curante.
#memoria #demenza #alzheimer #salute #anziani #volontariato #cervello #prevenzione #sassomarconi #geriatra #neurologia #invecchiamento #stiledivita #salutecognitiva #demenzavascolare #corpidilewy #parkinson #vitasociale #salutebologna

